
Le piante sono la medicina più antica che esista, la medicina originaria, tutt’altro che “alternativa”. Ogni habitat terrestre presenta una flora caratteristica che ne rispecchia le specifiche condizioni climatiche, in sintonia con un potenziale terreno costituzionale umano ed eventuali necessità di riequilibrio. Ancor prima dell’arrivo relativamente recente della metodologia scientifica come parametro di investigazione, gli esseri umani hanno da sempre interagito con le piante basandosi sull’osservazione delle analogie con il corpo umano per cercare di capirne le proprietà e classificarne gli usi medicinali. Un altro aspetto utile ed interessante da studiare per capire a fondo una pianta è, a mio parere, il profilo etnobotanico, ovvero gli usi tradizionali che le popolazioni di un luogo ne fanno.
In quest’ottica di riscoperta culturale e mossa dalla volontà di riavvicinarmi alle mie radici egiziane anche dal punto di vita erboristico, ho deciso di dedicarmi allo studio delle piante medicinali del Sinai. Ciò che mi ha incuriosito di queste specie botaniche è il fatto di crescere in un ambiente molto particolare dove deserto, mare e montagna sono separati solo da pochi chilometri di distanza. Sono luoghi a prima vista inospitali, per lo più brulli e con temperature per la maggior parte dell’anno molto estreme (estati lunghe e roventi, forte ventosità e inverni in cui in montagna si registra una grande escursione termica). Non vi sono fonti di acqua dolce a parte qualche oasi.
Con mia grande sorpresa ho scoperto che anche in questi territori cresce una grande quantità di piante dagli usi medicinali, molte delle quali endemiche (ovvero crescono spontanee unicamente in questi luoghi). La maggior parte della vegetazione è concentrata nel protettorato di Sante Catherine, nel Sud Sinai, dove si trovano il Monte Catherine (e l’omonimo e antichissimo monastero greco-ortodosso) e il Monte Sinai: parco nazionale protetto che custodisce una biodiversità così preziosa che l’UNESCO ha deciso di dichiararla patrimonio mondiale dell’umanità. La flora di quest’area rappresenta circa il 40% di quella totale egiziana.
I beduini, le popolazioni locali suddivise in diverse tribù, da secoli si prendono cura di questi luoghi e sono i detentori di un’antica conoscenza ancestrale sulle erbe. Alcune piante, abbondanti sul territorio, vengono raccolte spontanee nei wadi (canyon scavati nella roccia) e sulle rocciose montagne dell’area di Sante Catherine mentre altre, soprattutto se a rischio di estinzione, vengono coltivate.
La cultura tradizionale beduina fa uso di queste piante da secoli, sia a livello culinario che medicinale, e molte di esse sono specie presenti anche nell’area Mediterranea ma in varietà caratteristiche del luogo (diversi tipi di Artemisia e Salvia, Timo, Menta…). Fra le piante endemiche troviamo ad esempio la Samwa (Cleome droserifolia) e la Moringa peregrina (la cugina della più nota Moringa oleifera). I beduini usano queste piante soprattutto in infusioni, ad uso topico o in suffumigi e per trattare disturbi di vario tipo, spesso confermandone gli usi dimostrati dalla scienza.
La saggezza tradizionale è quindi il punto di partenza da cui trarre spunto ed ispirazione per lo studio e l’utilizzo di piante medicinali ed è sempre positivo aprirsi con curiosità agli usi erboristici di altri luoghi, senza però dimenticare che, come diceva il celebre Edward Bach, le piante che crescono nei nostri dintorni sono quelle che più ci servono per guarire.
